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What part will your country play in World War III?

By Larry Romanoff

The true origins of the two World Wars have been deleted from all our history books and replaced with mythology. Neither War was started (or desired) by Germany, but both at the instigation of a group of European Zionist Jews with the stated intent of the total destruction of Germany. The documentation is overwhelming and the evidence undeniable. (1) (2) (3) (4) (5) (6) (7) (8) (9) (10) (11)

That history is being repeated today in a mass grooming of the Western world’s people (especially Americans) in preparation for World War III – which I believe is now imminent. 

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Sunday, July 30, 2023

IT — Intervista a Larry Romanoff: “PROPAGANDA, MEDIA E COSPIRAZIONE IN ATTO”

 




“PROPAGANDA, MEDIA E COSPIRAZIONE IN ATTO”

Intervista a Larry Romanoff

Intervista in PDF 


A cura di Elvia Politi per Saker Italia



 

Vi presentiamo l’intervista che abbiamo avuto l’onore di fare a uno dei maggiori esperti mondiali di “propaganda”. Larry Romanoff da anni tratta il tema della manipolazione e della gestione del consenso come strumento dei governi (e di chi questi governi li manovra) nei confronti dell’opinione pubblica. Cioè verso ciascuno di noi. Attraverso la sua lucida analisi e la semplice evidenza dei “fatti”, non solo ci svela alcuni dei casi più recenti ma ci insegna anche come riconoscere le campagne di propaganda. E come combatterle.


Nell’intervista:


- Cos’è la propaganda e qual è il suo scopo
- Il caso Covid e le due Guerre Mondiali
- Realtà e finzione, la teoria del complotto
- Come è cambiata la propaganda, come e dove si applica ora
- La propaganda geopolitica
- Evitare il lavaggio del cervello

 

 

  • Elvia Politi (E.P.) -- Tema attualissimo e urgente, la propaganda è un fenomeno che tutti comprendono ma che difficilmente si riesce a codificare. Larry, ci puoi spiegare che cosa è la propaganda e quale è il suo scopo?



Larry Romanoff (L.R.) -- Per dare un semplice definizione della propaganda, possiamo dire che è la diffusione di informazioni utilizzate per influenzare l’opinione pubblica affinché adotti un determinato punto di vista o per promuovere una specifica causa politica. In genere, è un metodo di controllo della popolazione da parte di coloro che hanno potere politico o finanziario. La propaganda è quasi sempre associata a informazioni di natura faziosa o fuorviante, costituite da un mix di fatti, mezze verità e totali bugie. La propaganda non è solo una manipolazione psicologica ma una vera manipolazione “psichiatrica”, con lo scopo di influenzare le emozioni delle persone e, attraverso questo, controllare il loro pensiero e il loro comportamento. La propaganda utilizza la teoria comportamentale derivata principalmente dagli insegnamenti di Sigmund Freud e, nella sua forma peggiore, è sempre insidiosamente manipolativa: sfrutta le paure o i desideri più profondi delle persone al fine di creare l’accettazione di uno specifico punto di vista, per renderle emotivamente cariche rispetto a quel punto di vista e per portarle ad agire in un determinato modo.

Friday, December 2, 2022

IT -- GRANDANGOLO -- Manlio Dinucci -- LIBIA, L’URLO DEGLI SCHIAVI SOFFOCATO DALLE ONG AL FESTIVAL DEI DIRITTI UMANI

 LIBIA, L’URLO DEGLI SCHIAVI SOFFOCATO 

 DALLE ONG AL FESTIVAL DEI DIRITTI UMANI 

Manlio Dinucci

 

La proiezione del docufilm L’Urlo sul dramma dei migranti schiavi in Libia, che il regista Michelangelo Severgnini era stato invitato a presentare al “Festival dei Diritti Umani” a Napoli, è stata interrotta dopo una ventina di minuti dai rappresentati delle ONG tra cui Open Arms, che si sono scagliati contro il docufilm, definendolo “una porcheria”, e hanno ripetutamente offeso il regista senza dargli modo di replicare.

 

Friday, November 25, 2022

IT -- PANGEA -- GRANDANGOLO -- Manlio Dinucci -- I VELENI NELLA COPPA DEL MONDO

  


STASERA ALLE 20:30

GRANDANGOLO

SUL CANALE TV 262 BYOBLU

 


 

 I VELENI NELLA COPPA DEL MONDO 

Manlio Dinucci

 

La Coppa del Mondo FIFA 2022 in Qatar nasconde una tragica realtà su cui il mainstream politico-mediatico ha calato una cappa di silenzio. Anzitutto il fatto che sia stato questo emirato del Golfo ad essere scelto dalla FIFA per organizzare la World Cup 2022. La FIFA, la federazione internazionale di calcio, è profondamente corrotta, tanto che suoi alti funzionari sono stati arrestati per frode, racket e riciclaggio di denaro. Non c’è quindi da stupirsi che la FIFA, mentre ha scelto il Qatar, ha espulso la Russia dal Mondiale. La Coppa del Mondo 2022 è la più costosa della storia: il Qatar vi ha speso 220 miliardi di dollari (in confronto ai 4 miliardi spesi dalla Germania per organizzare i Mondiali del 2006).

 

IT + FR-- GRANDANGOLO -- Manlio Dinucci -- DRAGHI, A CHI SONO FINITI I 12 MILIONI PER IL GOVERNO DI TRIPOLI?/ Draghi, à qui sont allés les 12 millions pour le gouvernement de Tripoli ?

  


STASERA ALLE 20:30

PANGEA GRANDANGOLO

DENTRO LA NOTIZIA

Su Byoblu canale TV nazionale 262

 

 

DRAGHI, 

A CHI SONO FINITI I 12 MILIONI PER IL

 GOVERNO DI TRIPOLI?

 

Lo scorso fine luglio, il governo dimissionario Draghi con voto del Senato ha stanziato 11 milioni 884 mila euro per la Guardia Costiera Libica. In realtà diverse voci autorevoli in Libia denunciano come i fondi inviati dall’Italia non siano spesi dal governo di Tripoli esattamente per gli obiettivi ufficialmente stabiliti.

Saturday, April 2, 2022

Manlio Dinucci -- GRANDANGOLO -- INTERNATIONAL PRESS REVIEW on BYOBLU, national TV channel 262

   GRANDANGOLO

INTERNATIONAL PRESS REVIEW
on BYOBLU, national TV channel 262 

 Europe's suicide on the altar of war: 
 increased military spending and rising energy prices  


Manlio Dinucci


Prime Minister Draghi pulls straight on increasing military spending, with the full support of the President of the Republic. For Italy, this means going from the current 26 billion euros a year to at least 38 billion a year, or from 70 to over 100 million euros a day spent on public money. 

The decision was actually taken not in Rome but in Brussels, at the NATO Summit of Heads of State and Government. The increase in NATO military expenditure is driven by the United States: the Pentagon budget is increased by 10% to 773 billion dollars, to which other military expenditures  are added, bringing the total to over 1.000 billion dollars annually.

NATO under US command is intensifying its military escalation in Europe, following the same strategy that provoked the Russian response with the military operation in Ukraine. To the four battle groups already deployed in Poland and the three Baltic republics, NATO is adding four more in Bulgaria, Hungary, Romania and Slovakia. Their function is not only against Russia, however. 

In Bulgaria, the defense minister, deemed untrustworthy, was deposed by NATO order and replaced by Bulgaria's ambassador to NATO. In Hungary, where general elections are held on April 3rd, Prime Minister Orbán opposes the country's involvement in the escalation of war against Russia, refusing to supply arms to Ukraine, and declares that Hungary wants to increase imports of Russian gas. Conversely, the left declares that, if it goes to government, it will adopt sanctions on Russian gas supplies and send arms to Ukraine.

Meanwhile, the U.S. and the European Union have formed a joint task force to reduce Russian gas supplies to Europe and replace it with U.S.-supplied liquefied natural gas. However, this is much more expensive than Russian gas and has very volatile prices. Hence the colossal increase in energy expenditure in Italy and Europe, which prepares for a disastrous economic crisis. 


Every Friday at 20:30 (Italian time)
REPLICATIONS
Saturday 9:00 / 16:00
Sunday 11:00 / 17:30
Monday 8:00 / 18:45
Tuesday 12:15 / 22:30
Wednesday 17:15
Thursday 18:00 

Grandangolo can also be seen on live TV on cell phones or computers on the site 

From the Tuesday following the first broadcast, the episode of Grandangolo is visible, together with the previous ones, on the site

Monday, September 20, 2021

IT -- Manlio Dinucci -- L'Arte della guerra -- Joe Biden apprendista stregone nucleare

  


L’Arte della guerra 

Joe Biden apprendista stregone nucleare 


Manlio Dinucci

 

Il presidente Biden ha annunciato la nascita dell’Aukus, partenariato strategico-militare tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, con «l'imperativo di assicurare la pace e stabilità a lungo termine nell'Indo-Pacifico», la regione che nella geopolitica di Washington si estende dalla costa occidentale degli Usa a quella dell’India.  Scopo di questa «missione strategica» è «affrontare insieme le minacce del 21° secolo come abbiamo fatto nel 20° secolo». Chiaro il riferimento alla Cina e alla Russia. Per «difendersi contro le minacce in rapida evoluzione», l’Aukus vara un «progetto chiave»: Stati Uniti e Gran Bretagna aiuteranno l’Australia ad acquisire «sottomarini a propulsione nucleare, armati convenzionalmente».

La prima reazione all’annuncio del progetto dell’Aukus è stata quella della Francia: essa perde in tal modo in contratto da 90 miliardi di dollari, stipulato con l’Australia, per la fornitura di 12 sottomarini da attacco Barracuda a propulsione convenzionale. Parigi, accusando di essere stata pugnalata alle spalle, ha ritirato gli ambasciatori dagli Usa e dall’Australia. Sul contenzioso tra Parigi e Washington si è focalizzata l’attenzione politico-mediatica, lasciando in ombra le implicazioni del progetto Aukus.

Anzitutto non è credibile che Stati Uniti e Gran Bretagna forniscano all’Australia le tecnologie più avanzate per costruire almeno 8 sottomarini nucleari di ultima generazione, con un costo unitario di circa 10 miliardi di dollari, per dotarli solo di armamenti convenzionali (non-nucleari). È come se fornissero all’Australia portaerei impossibilitate a imbarcare aerei.  In realtà i sottomarini avranno tubi di lancio adatti sia a missili non-nucleari che a missili nucleari. Il primo ministro Morrison ha già annunciato che l’Australia acquisirà rapidamente, tramite gli Usa, «capacità di attacco a lungo raggio» con missili Tomahawk e missili ipersonici, armabili di testate sia convenzionali che nucleari.

Sicuramente i sottomarini australiani saranno in grado di lanciare anche missili balistici Usa Trident D5, di cui sono armati i sottomarini statunitensi e britannici. Il Trident D5 ha un raggio di 12.000 km e può trasportare fino a 14 testate termonucleari indipendenti: W76 da 100 kt o W88 da 475 kt. Il sottomarino da attacco nucleare Columbia, la cui costruzione è iniziata nel 2019, ha 16 tubi di lancio per i Trident D5, per cui ha la capacità di lanciare oltre 200 testate nucleari in grado di distruggere altrettanti obiettivi (basi, porti, città e altri).  

Su questo sfondo, appare chiaro che Washington ha tagliato fuori Parigi dalla fornitura dei sottomarini all’Australia non semplicemente a scopo economico (favorire le proprie industrie belliche), ma a scopo strategico: passare a una nuova fase della escalation militare contro la Cina e la Russia nell’«Indo-Pacifico», mantenendo il comando assoluto dell’operazione. Cancellata la fornitura dei sottomarini francesi a propulsione convenzionale, obsoleti per tale strategia, Washington ha avviato quella che l’Ican-Australia denuncia come «l’accresciuta nuclearizzazione della capacità militare dell’Australia». Una volta operativi, i sottomarini nucleari australiani saranno di fatto inseriti nella catena di comando Usa, che ne deciderà l’impiego.  Questi sottomarini, di cui nessuno potrà controllare il reale armamento, avvicinandosi in profondità e silenziosamente alle coste della Cina, e anche a quelle della Russia, potrebbero colpire in pochi minuti i principali obiettivi in questi paesi con una capacità distruttiva pari a oltre 20 mila bombe di Hiroshima.

È facilmente prevedibile quale sarà la prima conseguenza. La Cina, che secondo il Sipri possiede 350 testate nucleari in confronto alle 5.550 degli Usa, accelererà lo sviluppo quantitativo e qualitativo delle proprie forze nucleari. Il potenziale economico e tecnologico che possiede le permette di dotarsi di forze nucleari equiparabili a quelle di Usa e Russia. Merito dell’apprendista stregone Biden che, mentre avvia il «progetto chiave» dei sottomarini nucleari all’Australia, esalta «la leadership di lunga data degli Stati Uniti nella non proliferazione globale».  

Manlio Dinucci

il manifesto, 21 settembre 2021

Monday, July 26, 2021

IT -- Manlio Dinucci -- L'arte della Guerra -- Perché la Germania ha vinto e l’Italia ha perso

  

 

Perché la Germania ha vinto e l’Italia ha perso

L’arte della guerra. La rubrica settimanale a cura di Manlio Dinucci


Manlio Dinucci

EDIZIONE DEL27.07.2021

PUBBLICATO26.7.2021, 23:59

La cancelliera tedesca Merkel – scrive Alberto Negri (il manifesto, 23 luglio) – ha resistito alle pressioni di tre amministrazioni Usa – Obama, Trump e Biden – perché cancellasse il North Stream 2, il gasdotto che affianca il North Stream inaugurato dieci anni fa, raddoppiando la fornitura di gas russo alla Germania.

È invece «fallito il South Stream, il gasdotto di Eni-Gazprom». Conclude giustamente Negri che la Merkel «ha vinto la partita che noi abbiamo perso». Sorge spontanea la domanda: perché la Germania ha vinto e l’Italia ha perso?

Significativo il titolo del Washington Post: «Usa e Germania raggiungono un accordo sulla pipeline del gas russo, ponendo fine alla disputa tra alleati». L’accordo, stipulato dal presidente Biden con la cancelliera Merkel, è stato ed è fortemente osteggiato da uno schieramento bipartisan del Congresso, capeggiato dal senatore repubblicano J. Risch che propone una legge contro «il maligno progetto russo».

Quindi l’accordo è in effetti una «tregua» (come la definisce Negri). La ragione per cui l’amministrazione Biden ha deciso di stipularlo è mettere fine alla «disputa» che incrinava i rapporti con la Germania, importante alleato Nato. Questa ha dovuto però pagare il «pizzo» al boss Usa, impegnandosi– come ha richiesto la sottosegretaria di Stato Victoria Nuland – a «proteggere l’Ucraina» (di fatto già nella Nato) con un fondo di investimento di 1 miliardo di dollari che la risarcisca per i diminuiti introiti, dato che i due gasdotti gemelli North Stream passano dal Mar Baltico aggirando il suo territorio. Come contropartita la Germania ha, almeno per ora, il permesso Usa a importare dalla Russia 55 miliardi di metri cubi annui di gas naturale.

Il gasdotto è gestito dal consorzio internazionale Nord Stream AG, costituito da 5 società: la russa Gazprom, le tedesche Wintershall e Pegi/E.On, l’olandese Nederland’s Gasunie e la francese Engie. La Germania diviene così l’hub energetico per lo smistamento del gas russo nella rete europea.

Lo stesso ruolo avrebbe potuto assumere l’Italia con il gasdotto South Stream. Il progetto era nato nel 2006, durante il governo Prodi Il, con l’accordo stipulato da Eni e Gazprom. Il gasdotto avrebbe attraversato il Mar Nero (in acque territoriali russe, bulgare e turche) proseguendo via terra attraverso Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia e Italia fino a Tarvisio (Udine). Da qui il gas sarebbe stato smistato nella rete europea.

La costruzione della pipeline era iniziata nel 2012. Nel marzo 2014 la Saipem (Eni) si aggiudicava un primo contratto da 2 miliardi di euro per la costruzione del tratto sottomarino. Nel frattempo però, mentre con il putsch di Piazza Maidan precipitava la crisi ucraina, l’amministrazione Obama, di concerto con la Commissione Europea, si muoveva per affossare il South Stream. Nel giugno 2014 arrivava a Sofia una delegazione del Senato Usa, capeggiata da John McCain, che trasmetteva al governo bulgaro gli ordini di Washington. Subito questo annunciava il blocco dei lavori del South Stream, in cui la Gazprom aveva già investito 4,5 miliardi di dollari. In tal modo l’Italia perdeva non solo contratti per miliardi di euro, ma la possibilità di avere sul proprio territorio l’hub di smistamento del gas russo in Europa, da cui sarebbero derivati forti introiti e incremento di posti di lavoro.

Perché l’Italia ha perso tutto questo? Perché il governo Renzi (in carica dal 2014 al 2016) e il Parlamento hanno accettato a testa china l’imposizione di Washington.

La Germania della Merkel, al contrario, si è opposta. Ha quindi aperto la «disputa tra alleati» che ha costretto Washington ad accettare il raddoppio del North Stream, pur mantenendo gli Usa la pretesa di decidere da quali paesi l’Europa può importare o no gas naturale. Un governo italiano oserebbe aprire una disputa con Washington per difendere un nostro interesse nazionale? Il fatto è che l’Italia ha perso non solo il gasdotto, ma la propria sovranità.

il manifesto, 27 luglio 2021

Monday, July 12, 2021

IT --Manlio Dinucci -- L'Arte della guerra -- Accelera la corsa nucleare

 

L’Arte della guerra

 Accelera la corsa nucleare 

Manlio Dinucci


 

Nella base di Redzikowo in Polonia sono iniziati i lavori per l’installazione del sistema Aegis Ashore, con una spesa di oltre 180 milioni di dollari. Sarà la seconda base missilistica Usa in Europa, dopo quella di Deveselu in Romania divenuta operativa nel 2015. La funzione ufficiale di queste basi è proteggere, con lo «scudo» dei missili intercettori SM-3, le forze Usa in Europa e quelle degli alleati europei della Nato dalle «attuali ed emergenti minacce di missili balistici provenienti dall’esterno dell’area Euro-Atlantica». Alle due installazioni terrestri si aggiungono quattro navi dotate dello stesso sistema Aegis, che, dislocate dalla U.S. Navy nella base spagnola di Rota, incrociano nel Mediterraneo, Mar Nero e Mar Baltico. La US Navy ha circa 120 cacciatorpediniere e incrociatori armati di questo sistema missilistico.

Sia le navi che le installazioni terrestri Aegis sono dotate di lanciatori verticali Mk 41 della Lockheed Martin: tubi verticali (nel corpo della nave o in un bunker sotterraneo) da cui vengono lanciati i missili. La stessa Lockheed Martin, illustrandone le caratteristiche tecniche, documenta che esso può lanciare missili per tutte le missioni: anti-missile, anti-aereo, anti-nave, anti-sottomarino e di attacco contro obiettivi terrestri. Ogni tubo di lancio è adattabile a qualsiasi missile, tra cui «quelli per l’attacco a lungo raggio», compreso il missile da crociera Tomahawk. Esso può essere armato anche di testata nucleare.  Non si può quindi sapere quali missili vi siano realmente nei lanciatori verticali della base Aegis Ashore in Romania e quali saranno installati in quella in Polonia. Né quali missili vi siano a bordo delle navi che incrociano ai limiti delle acque territoriali russe. Non potendo controllare, Mosca dà per scontato che vi siano anche missili da attacco nucleare. Stesso scenario in Asia Orientale, dove navi da guerra Aegis della Settima Flotta incrociano nel Mar Cinese Meridionale. Anche i principali alleati Usa nella regione – Giappone, Corea del Sud, Australia – hanno navi dotate del sistema Usa Aegis.

Questo non è l’unico sistema missilistico che gli Usa stanno schierando in Europa e in Asia. Nel suo intervento alla George Washington School of Media and Public Affairs, il generale McConville, capo di stato maggiore dell’Esercito degli Stati uniti, ha dichiarato lo scorso marzo che lo US Army sta preparando una «task force» dotata di «capacità di fuoco di precisione a lungo raggio che può arrivare ovunque, composta da missili ipersonici, missili a medio raggio, missili per attacchi di precisione» e che «questi sistemi sono in grado di penetrare lo spazio dello sbarramento anti-aereo». Il generale ha precisato che «prevediamo di schierare una di queste task force in Europa e probabilmente due nel Pacifico».

In tale situazione, non c’è da stupirsi che la Russia stia accelerando lo schieramento di nuovi missili intercontinentali, con testate nucleari che, dopo la traiettoria balistica, planano per migliaia di km a velocità ipersonica.  Né c’è da stupirsi della notizia, pubblicata dal Washington Post, che ha Cina sta costruendo oltre cento nuovi silos per missili balistici intercontinentali a testata nucleare. La corsa agli armamenti si svolge non tanto sul piano quantitativo (numero e potenza delle testate nucleari) quanto su quello qualitativo (velocità, capacità penetrante e dislocazione geografica dei vettori nucleari). La risposta, in caso di attacco o presunto tale, viene sempre più affidata all’intelligenza artificiale, che deve decidere il lancio dei missili nucleari in pochi secondi. Aumenta la possibilità di una guerra nucleare per errore, rischiata più volte durante la guerra fredda.

Il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, adottato dalle Nazioni Unite nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021, è stato finora firmato da 86 Stati e ratificato da 54. Nessuno dei 30 paesi della Nato e dei 27 della Ue l’ha ratificato e neppure firmato. In Europa vi hanno aderito solo Ausria, Irlanda, Malta, San Marino e Santa Sede. Nessuno dei nove paesi nucleari – Stati uniti, Russia, Francia, Gran Bretagna, Israele, Cina, Pakistan, India, Nord Corea – l’ha ratificato e neppure firmato.

Manlio  Dinucci

il manifesto, 13 luglio 2021


Su BYOBLU, Canale 262 del digitale terrestre

Il Venerdì alle 20:30

PANGEA  GRANDANGOLO

RASSEGNA STAMPA INTERNAZIONALE

https://www.youtube.com/watch?v=fy3KY4CfwU8

Grandangolo allarga il campo dell’informazione, segnalando e commentando articoli, comunicati stampa, reportage, documenti, dichiarazioni e interviste, che compaiono su media e fonti ufficiali internazionali, ma vengono ignorati o deformati dai media mainstream del nostro paese.

ORARI DI TRASMISSIONE

VEN   20.30

Repliche

SAB    9.00 – 16.00

DOM  11.00 – 17.30

LUN    8.00 – 19.30

MAR   12.00 – 22.30

MER   17.00

GIOV  18.00

Thursday, January 21, 2021

IT -- Manlio Dinucci -- L’Onu proibisce le armi nucleari e l’Italia che fa?

  




L’Onu proibisce le armi nucleari

e l’Italia che fa?

Manlio Dinucci

 ITALIANO  PORTUGUÊS

Oggi, 22 gennaio 2021, è il giorno che può passare alla storia come il tornante per liberare l’umanità da quelle armi che, per la prima volta, hanno la capacità di cancellare dalla faccia della Terra la specie umana e quasi ogni altra forma di vita. Entra infatti in vigore oggi il Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari. Può essere però anche il giorno in cui entra in vigore un trattato destinato, come i tanti precedenti, a restare sulla carta. La possibilità di eliminare le armi nucleari dipende da tutti noi.


Qual è la situazione dell’Italia e cosa dovremmo fare per contribuire all’obiettivo di un mondo libero dalle armi nucleari? L’Italia, paese formalmente non-nucleare, ha concesso da decenni il proprio territorio per lo schieramento di armi nucleari Usa: attualmente bombe B61, che tra non molto saranno sostituite dalle più micidiali B61-12. Fa inoltre parte dei paesi che – documenta la Nato – «forniscono all’Alleanza aerei equipaggiati per trasportare bombe nucleari, su cui gli Stati uniti mantengono l’assoluto controllo, e personale addestrato a tale scopo». Inoltre, vi è la possibilità che vengano installati sul nostro territorio i missili nucleari a raggio intermedio (analoghi agli euromissili degli anni Ottanta) che gli Usa stanno costruendo dopo aver stracciato il Trattato Inf che li proibiva.


In tal modo l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, ratificato nel 1975, che stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente». Allo stesso tempo l’Italia ha rifiutato nel 2017 il Trattato Onu sulla abolizione delle armi nucleari –  boicottato da tutti e trenta i paesi della Nato e dai 27 dell’Unione europea –  il quale stabilisce:  «Ciascuno Stato parte che abbia sul proprio territorio armi nucleari, possedute o controllate da un altro Stato, deve assicurare la rapida rimozione di tali armi».


L’Italia, sulla scia di Usa e Nato, si è opposta al Trattato fin dall’apertura dei negoziati, decisa dalla Assemblea generale nel 2016. Gli Stati uniti e le altre due potenze nucleari della Nato (Francia e Gran Bretagna), gli altri paesi dell’Alleanza e i suoi principali partner – Israele (unica potenza nucleare in Medioriente), Giappone, Australia, Ucraina – votarono contro. Espressero così parere contrario anche le altre potenze nucleari: Russia e Cina (astenutasi), India, Pakistan e Nord Corea. Facendo eco a Washington, il governo Gentiloni definì il futuro Trattato «un elemento fortemente divisivo che rischia di compromettere i nostri sforzi a favore del disarmo nucleare».


Il governo e il parlamento italiani sono quindi corresponsabili del fatto che il Trattato sull’abolizione delle armi nucleari – approvato a grande maggioranza dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2017 ed entrato in vigore avendo raggiunto le 50 ratifiche – è stato ratificato in Europa fino ad oggi solo da Austria, Irlanda, Santa Sede, Malta e San Marino: atto meritevole ma non sufficiente a a dare forza al Trattato.


Nel 2017, mentre l’Italia rifiutava il Trattato Onu sulla abolizione delle armi nucleari, oltre 240 parlamentari – in maggior parte del Pd e M5S, con in prima fila l’attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio – si impegnavano solennemente, firmando l’Appello Ican, a promuovere l’adesione dell’Italia al Trattato Onu. In tre anni non hanno mosso un dito in tale direzione. Dietro coperture demagogiche o apertamente il Trattato Onu sull’abolizione delle armi nucleari viene boicottato in parlamento, con qualche rara eccezione, dall’intero arco politico, concorde nel legare l’Italia alla sempre più pericolosa politica della Nato, ufficialmente «Alleanza nucleare».


Tutto questo va ricordato oggi, nella Giornata di azione globale indetta per l’entrata in vigore del Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari, celebrata da attivisti dell’Ican e altri movimenti anti-nucleari con 160 eventi per la maggior parte in Europa e Nordamerica. Occorre trasformare la Giornata in mobilitazione permanente e crescente di un ampio fronte capace, in ciascun paese e a livello internazionale, di imporre le scelte politiche necessarie a realizzare l’obiettivo vitale del Trattato.

 

(il manifesto, 22 gennaio 2021)

 

 

Monday, January 4, 2021

IT -- Manlio Dinucci -- L'arte della guerra -- Dietro il verdetto di Londra su Julian Assange

  


L’arte della guerra

Dietro il verdetto di Londra su Julian Assange

Manlio Dinucci

FRANÇAIS  ITALIANO PORTUGUÊS

  

Da un processo ingiusto – quello di Londra a Julian Assange, fondatore di WikiLeaks – è scaturita una sentenza che a prima vista appare giusta: la non-estradizione del giornalista negli Stati uniti, dove lo attende una condanna a 175 anni di reclusione in base alla Legge sullo spionaggio del 1917. Resta da vedere, al momento in cui scriviamo, se e in che modo Assange verrà scarcerato dopo sette anni di confino all’ambasciata ecuadoregna e quasi due anni di carcere duro a Londra.

 

 Si parla di un suo rilascio su cauzione, ma, se Washington fa appello contro la sentenza (come appare certo), il procedimento di estradizione può essere riaperto e Assange deve restare a disposizione della magistratura in Gran Bretagna. Vi è inoltre il fatto che nel verdetto la giudice Vanessa Baraister si è detta convinta della «buona fede» delle autorità statunitensi e della regolarità di un possibile processo negli Stati uniti, motivando il verdetto solo con «ragioni di salute mentale» che potrebbero portare Assange al suicidio.

 

Che cosa in realtà ha determinato, in questo momento, la non-estradizione di Julian Assange negli Usa?

 

Da un lato la campagna internazionale per la sua liberazione, che ha portato il caso Assange all’attenzione dell’opinione pubblica.

Dall’altro il fatto che un processo pubblico a Julian Assange negli Usa sarebbe estremamente imbarazzante per l’establishment politico-militare.

 

Quale prova dei «crimini» di Assange l’accusa dovrebbe mostrare i crimini di guerra Usa, portati alla luce da WikiLeaks. Ad esempio, quando nel 2010 essa ha pubblicato oltre 250.000 documenti statunitensi, molti dei quali etichettati come «confidenziali» o «segreti», sulle guerre in Iraq e Afghanistan.

 

Oppure quando nel 2016, al momento in cui Assange era già confinato nell’ambasciata ecuadoregna a Londra, WikiLeaks ha pubblicato oltre 30.000 email e documenti inviati e ricevuti tra il 2010 e il 2014 da Hillary Clinton, Segretaria di Stato dell’Amministrazione Obama. Tra questi una email del 2011, la quale rivela il vero scopo della guerra Nato alla Libia perseguito in particolare da Usa e Francia: impedire che Gheddafi usasse le riserve auree della Libia per creare una moneta pan-africana alternativa al dollaro e al franco Cfa, la moneta imposta dalla Francia a 14 ex colonie.

 

Insieme alle decine di migliaia di documenti, che hanno portato alla luce i veri scopi di questa e altre operazioni belliche, WikiLeaks ha pubblicato le immagini video delle stragi di civili in Iraq e altrove, mostrando il vero volto della guerra. Quello che oggi viene nascosto dai grandi media. Mentre nella guerra del Vietnam degli anni Sessanta i resoconti giornalistici e le immagini delle stragi suscitarono un vasto movimento contro la «sporca guerra», contribuendo alla sconfitta Usa, il giornalismo di guerra è oggi sempre più irreggimentato: ai corrispondenti embedded, al seguito delle truppe, viene mostrato solo ciò che vogliono i comandi, gli unici autorizzati a fornire «informazioni» nei loro briefing.

 

I pochi veri giornalisti operano in condizioni sempre più difficili e rischiose, e spesso i loro resoconti vengono censurati dai grandi media, nei quali domina la narrazione ufficiale degli eventi. Il giornalismo d’inchiesta di WikiLeaks ha aperto crepe nel muro di omertà mediatica che copre i reali interessi di potenti élite le quali, operando nello «Stato profondo», continuano a giocare la carta della guerra, con la differenza che oggi, con le armi nucleari, essa può portare il mondo alla catastrofe finale.

 

Violare le stanze segrete di questi gruppi di potere, portando alla luce le loro strategie e le loro trame, è un’azione estremamente rischiosa sia per i giornalisti, sia per coloro che, ribellandosi all’omertà, li aiutano a scoprire la verità.

 

Emblematico è il caso di Chelsea Manning, l’attivista statunitense accusata di aver fornito a WikiLeaks documenti di cui era venuta a conoscenza lavorando quale analista di intelligence dell’Esercito Usa durante la guerra in Iraq. È stata per questo condannata a 37 anni di detenzione in un carcere di massima sicurezza e, rilasciata dopo 7 anni di carcere duro, è stata di nuovo incarcerata per essersi rifiutata di testimoniare contro Assange e, dopo un tentativo di suicidio, rimessa in temporanea libertà.

Manlio Dinucci

il manifesto, 05 gennaio 2021


Manlio Dinucci 

Geografo e geopolitologo. Libri più recenti: Laboratorio di geografia, Zanichelli 2014 ; Diario di viaggio, Zanichelli 2017 ; L’arte della guerra / Annali della strategia Usa/Nato 1990-2016, Zambon 2016, Guerra Nucleare. Il Giorno Prima 2017; Diario di guerra Asterios Editores 2018, Premio internazionale per l'analisi geostrategica assegnato il 7 giugno 2019 dal Club dei giornalisti del Messico, A.C.

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